The riddler did nothing wrong.
Una critica al film "The Batman" di Matt Reeves attraverso la riflessione di Adorno, Horkheimer e Foucault.
Ottobre è il mese in cui di solito iniziamo a notare più sensibilmente che le giornate si accorciano e diventano più fredde. O almeno era così fino a qualche anno fa. Gli alberi iniziano a spogliarsi piano piano e noi, piano piano, ci vestiamo un po’ di più. Ottobre è il mese in cui nacque Friedrich Nietzsche. Ottobre è il mese della Rivoluzione. Ottobre è anche il mese dei mostri, dei fantasmi, dei pipistrelli e delle altre creature della notte. Ecco, a proposito di pipistrelli, non so se ve lo ricordate ma 1 anno e mezzo fa usciva “The Batman” di Matt Reeves con Robert Pattinson a vestire il mantello nero e pochi giorni dopo l’uscita ne scrivevo una critica che non verrà mai pubblicata [no, non per colpa dei poteri forti (sì, i poteri forti esistono)]; fino ad oggi.
THE RIDDLER DID NOTHING WRONG
L’ultimo film di Matt Reeves, “The Batman”, ha sbancato i botteghini di tutto il mondo ripagando i produttori dell’immensa spesa sostenuta per il budget; una cifra che si aggira attorno ai 200 milioni di dollari. Batman è un personaggio che non richiede presentazioni. Negli ultimi anni il medium cinematografico ha cercato ripetutamente di portare sul grande schermo le avventure dell’eroe col mantello nero nato dalla matita di Bob Kane nel lontano 1939.
La mia analisi riguarderà solo in maniera marginale le qualità estetico-formali del film in questione e mi concentrerò piuttosto nello smascheramento e nella critica dell’ideologia che è alla base dell’opera. “Smascheramento”, esatto, lo stesso obiettivo dichiarato dell’Enigmista (The Riddler); antagonista del film e personaggio per il quale, lo dico subito, nutro una forte simpatia. “Ogni inquadratura richiede una precisa scelta morale” diceva il regista Jean Luc Godard e allora possiamo dire con lui che anche ogni battuta ne richiede una e quindi ogni sceneggiatura ne richiede centinaia di scelte morali: migliaia forse. Vengo al dunque.
“The Batman” è un film magnifico. Cupo e immenso, come il mantello dell’eroe pipistrello. Tre ore di pellicola ci scivolano addosso come la pioggia che costantemente bagna tutto il corpo di Gotham senza lasciare alcuna traccia. Robert Pattinson, qui chiamato ad interpretare l’eroe dark per eccellenza della DC comics, risponde presente in maniera sublime. Il suo personaggio è l’opposto di quello interpretato da Christian Bale nella trilogia di Christopher Nolan: difatti Bale rappresenta un pipistrello già passato, “datato”, per noi spettatori del 2022. I suoi 90 chili di muscoli sono un lontano ricordo, così come la sua voce cavernosa e la sua sicurezza ostentata. Pattinson sembra più simile a Robin per le caratteristiche fisiche che fanno pensare di certo più ad un acrobata che ad un picchiatore; ciononostante la violenza c’è ancora e, ovviamente, in gran quantità. In ogni vicolo i criminali tremano guardando in cielo temendo di incontrare il bat-segnale: corrispettivo poliziesco delle campane di Pavlov che qui, invece, giocano con gli occhi e non con le orecchie dei soggetti in questione.
Ho apprezzato molto la scelta narrativa di costruire un intreccio basato sulla risoluzione di un caso poliziesco perché ha reso giustizia al nome originale della rivista dove fece la sua prima apparizione Batman: “Detective Comics”. Pattinson è un ragazzo, Bale era un uomo. Pattinson deve ancora “uccidere il Padre”, come direbbe Freud, e la relazione con l’eredità paterna sarà infatti un nodo centrale del suo Batman: più incompiuto, più in divenire, non ancora icona, non ancora eroe.
Accennavo, con Godard, ad una vera e propria “scelta morale” e questo discorso deve valere quindi ancora di più in un film sui supereroi dove lo scontro fra bene e male viene rappresentato plasticamente in maniera esasperata e, a volte, manichea. Batman, come ogni supereroe che si rispetti, ha una schiera di antagonisti e antieroi di prim’ordine e per questo film la scelta della produzione è stata quella di puntare su l’Enigmista (The Riddler): interpretato in maniera chirurgica da Paul Dano. Nelle prime scene del film assistiamo all’uccisione efferata del sindaco di Gotham City, Don Mitchell Jr., proprio da parte dell’Enigmista.
[…] È un outsider, ed essere un outsider (a prescindere, a volte, dai delitti di sangue) è la colpa più grave. Nel cinema egli diventa, nel migliore dei casi l’originale, oggetto di una satira perfidamente indulgente, ma, per lo più, il villain, il cattivo, che è identificato come tale fin dalla sua prima apparizione, molto tempo prima che l’azione arrivi a dimostrarlo di fatto, perché non possa sorgere nemmeno temporaneamente l’erroneo sospetto che la società possa rivoltarsi contro gli uomini di buona volontà.[1]
In questo passo dell’opera Dialettica dell’Illuminismo Adorno e Horkheimer cercano di mettere a nudo il modo in cui l’ideologia capitalista plasma ogni prodotto culturale e queste righe sembrano scritte, sebbene quasi 80 anni fa, proprio per commentare la prima scena dell’opera di Matt Reves. Chi è l’Enigmista? Perché sta uccidendo il sindaco? Queste domande non contano nulla per l’industria culturale, non hanno ragione d’esistere: l’importante è offrire un bersaglio facile agli spettatori stanchi e incapaci di elaborare informazioni più complesse. Il “sospetto” di cui parlano i due pensatori tedeschi non sorge affatto nella nostra testa: nella prima scena del film assistiamo ad un brutale omicidio da parte di un pazzo animato da sadismo ed esibizionismo.
Il lavoratore, durante il tempo libero, deve orientarsi sull’unità della produzione. Il compito che lo schematismo kantiano aveva ancora lasciato ai soggetti, e cioè quello di riferire in anticipo la molteplicità dei dati sensibili ai concetti fondamentali, è levato al soggetto dall’industria. Essa attua e mette in pratica lo schematismo come primo servizio del cliente.[2]
Non serve essere abili conoscitori della filosofia kantiana per capire cosa intendano i due autori tedeschi in questo passo. Per Kant il soggetto ha un ruolo attivo nell’organizzazione della propria esperienza quotidiana e questo compito (Aufgabe) consiste nel ricondurre il molteplice dell’esperienza sensibile, quindi tutto ciò che è accidentale, alle categorie generali presenti nel nostro intelletto: trovare per ogni particolare l’universale di riferimento. Questo compito, di cui ogni essere umano è capace, secondo Adorno ed Horkheimer, viene tolto, levato, al pubblico degli spettacoli dell’industria culturale. “Per il consumatore non rimane più nulla da classificare che non sia già stato anticipato nello schematismo della produzione.”[3] Così continuano nella stessa pagina i due esponenti della teoria critica.
Non sappiamo nulla di ciò che sta succedendo nella prima scena, non sappiamo chi sia l’Enigmista né per quale motivo si sia spinto a tale azione; ma, ciononostante, accade di fronte ai nostri occhi: sono le prime immagini che vediamo sullo schermo. Il nostro giudizio morale su di lui si è già formato ormai, netto e cristallizzato, e con il passare del tempo non farà altro che peggiorare grazie al modo in cui l’Enigmista verrà rappresentato dal regista Matt Reeves. Con il progredire del film il piano d’azione dell’antagonista emerge in maniera più chiara ma è troppo tardi, la sua disumanizzazione è già avvenuta: è impossibile perdere tempo ad ascoltare le ragioni di un individuo del genere; anche se, in realtà, delle ragioni ci sarebbero pure...
L’Enigmista ha scoperto che la città di Gotham è corrotta fino al midollo: poliziotti, giudici, politici e criminali si danno la caccia di giorno ma stringono affari di notte: questo è il quadro che abbiamo di fronte. Il più grande successo dell’ex sindaco ucciso Don Mitchell Jr., un durissimo colpo al mercato criminale della droga, sembra essere in realtà una farsa messa in piedi con la complicità di tutti gli attori coinvolti (agenti, criminali, politici etc etc) per poter fare affari migliori in un clima di apparente tranquillità. È questo lo smascheramento di cui l’Enigmista parla fino all’ossessione: la città è marcia e va ripulita. Il suo piano non sembra poi così diverso da quello portato avanti da Batman: ed infatti nella scena nel manicomio di Arkham in cui i due si confronteranno l’Enigmista glielo dirà proprio: “sei tu che mi hai ispirato”.
Fra i due c’è una differenza però, non un dettaglio di poco conto: il villain nel corso del film ucciderà tre persone (il sindaco corrotto, un poliziotto corrotto e un boss criminale) mentre Batman non uccide mai nessuno: fra i due c’è una linea di separazione molto profonda. Per portare avanti il suo piano quindi l’Enigmista compie delle vere e proprie esecuzioni: si pone come giudice in una città in cui quel seggio sembra vacante e con il passare del tempo inizia anche ad aizzare la folla per trarla dalla sua parte con videomessaggi attraverso il proprio canale social. Ovviamente avrà un forte seguito. Una scena davvero fondamentale da questo punto di vista è quella in cui Bruce Wayne si reca in abiti da cerimonia al funerale dell’ex sindaco.
Fuori dalla chiesa c’è una folla non bene inquadrata di persone che protestano vivacemente. Sembra una manifestazione, molti hanno dei cartelli con il punto interrogativo (?) simbolo dell’Enigmista e ripetono il suo motto circa lo smascheramento di Gotham, “No more lies”: il popolo è stanco della corruzione in città. Quando dico “non bene inquadrata” intendo in maniera letterale. La camera non si sofferma su di loro e li vediamo scorrere in maniera frettolosa e scomposta sul vetro della lussuosa macchina del miliardario Bruce Wayne: una folla che urla. È interessante concentraci sullo sguardo di Pattinson in quel momento perché dal punto di vista sociologico è una scena carica di significato e mostra la differenza di classe in maniera cristallina. Bruce sembra non capire cosa stia succedendo e per quale motivo essi stiano protestando lì fuori dalla chiesa, il suo sguardo è perso, non dice una parola, non pensa nulla (o almeno il regista non ce lo mostra) e colpisce la differenza palese fra la compostezza nobile del rampollo della famiglia miliardaria e la scomposta messa in scena della folla urlante. Da un lato i poveracci che non hanno alcun tipo di rappresentanza filmica, la loro voce entra nell’inquadratura solo in maniera sconnessa e parziale, e per di più sono anche dalla parte del cattivo (sostengono le sue insegne come in guerra!); mentre dall’altro lato c’è il nobile miliardario così distante dai problemi della vita che non riesce nemmeno a leggere la realtà di fronte ai suoi occhi: non a caso verrà riportato “all’ordine” da un poliziotto che gli indicherà dove andare con la macchina, sottraendolo così a quel momento di incomprensione radicale con un gruppo sociale a cui non appartiene.
Il poliziotto è lo scoglio che divide il mare dalla spiaggia, divide il mondo di Bruce da quello della folla: protegge la proprietà dei ricchi e reprime le iniziative popolari in contrasto con l’ordine costituito. Urla e slogan, questo è tutto ciò che ha da offrire quella folla scomposta: non è mossa da ragioni razionali, la sua rabbia non è giustificata e il suo linguaggio è incomprensibile e primitivo per l’eroe protagonista della vicenda. Quella folla scomposta è una delle uniche due scene (dell’altra parleremo alla fine) in cui il regista si dedica alla rappresentazione della gente comune, cioè noi spettatori e, va detto, non è un momento così edificante. Nessuno di loro viene intervistato singolarmente circa le proprie motivazioni a stare lì: come individui non esistono, esistono solo come branco, un gregge che segue il proprio pastore. Il popolo è animato da bassi istinti ed è pronto a seguire il primo Savonarola che promette libertà e giustizia per tutti. Il popolo è facilmente manipolabile: questo è il messaggio che ci manda il regista americano.
Il caso prosegue e indizio dopo indizio (tutti lasciati in maniera minuziosa dall’Enigmista) Batman e l’agente Gordon seguono il filo di Arianna che, al contrario di quanto avviene nel mito di Teseo, non li conduce fuori dal labirinto ma al suo interno dove il “mostro” li sta aspettando. Nel finale del film infatti l’Enigmista viene arrestato; o meglio, si fa arrestare, e arriviamo al confronto diretto fra lui e Batman nel manicomio di Arkham.
Prima di parlare di quel momento però vorrei dire due parole sul modo in cui il regista ha voluto rappresentare le condizioni di vita dell’Enigmista grazie alla scena in cui Batman e i poliziotti riescono ad arrivare alla sua abitazione. Vive in un tugurio, da solo, stanze buie piene di scartoffie e codici (di lavoro lui fa il contabile), vive come emarginato e reietto della società. Qui il regista avrebbe due possibilità:
1- criticare le condizioni socioeconomiche di una società che produce emarginazione, solitudine, povertà e malattie mentali mostrando come il caso dell’Enigmista sia in realtà semplice epifenomeno di un problema generale e radicalizzato ovunque
2- evidenziare ed esasperare l’eccezionalità del caso particolare dell’Enigmista facendolo passare come mostro in una società di persone “normali”
Ovviamente Matt Reeves sceglie la seconda opzione: d’altronde senza un supercattivo non ci sarebbe nessun supereroe.
Ora veniamo al manicomio criminale di Arkham. l’Enigmista ha ricostruito la vicenda personale della famiglia Wayne per far emergere uno scandalo messo sotto il tappeto dal padre di Bruce venti anni prima. Da questa ricostruzione emerge uno stretto legame fra la famiglia Wayne e la famiglia Arkham: famiglia che, per mezzo del dottore Amadeus Arkham, fondò proprio il manicomio criminale.
Secondo la ricostruzione dell’Enigmista sono queste due famiglie a tenere in mano le radici della città di Gotham, Wayne ed Arkham, e il nostro discorso si arricchisce quindi di un altro celebre interlocutore: Michel Focault. Il pensatore francese nel corso della sua immensa produzione storico-filosofica ha fra i temi di riflessione privilegiati lo studio dei manicomi e la loro relazione con le istituzioni di potere.
Il manicomio, per Foucault, rappresenta un vero e proprio spazio disciplinare, in cui – almeno fino a un certo momento – la questione centrale non è il problema della cura, della verità della malattia, di ciò che il folle dice e del motivo per cui lo fa. Quello che conta è imporre la realtà al malato, introdurlo a un determinato regime, normalizzarlo per quanto possibile ma soprattutto renderlo docile.[4]
Disciplinare, normalizzare, rendere docili: sono questi gli assi di rotazione su cui corre la ruota del manicomio. Da una parte abbiamo il manicomio di Arkham in mano ad una delle due famiglie più ricche ed importanti di Gotham e dall’altra c’è l’Enigmista, un individuo che mira a scombinare e ribaltare l’ordine costituito perché lo vede troppo marcio e inemendabile: conservazione da un lato, rivoluzione dall’altro. Certo, l’Enigmista uccide, l’Enigmista attenta alla vita di centinaia di persone facendo esplodere la rete idrica di Gotham nel finale; ma (quasi) ogni rivoluzionario uccide, ogni ordine statale presente in origine è stato fondato sulla violenza.
“Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario.”[5] Il Rivoluzionario per eccellenza, Che Guevara, si esprime sulla necessità delle fucilazioni durante la prassi rivoluzionaria tesa all’instaurazione di un nuovo ordine. Ogni obiettivo ha il suo prezzo e questo l’Enigmista lo sa bene, a differenza di Batman/Wayne che invece non ha alcun interesse nell’instaurazione di un nuovo ordine dato che è all’apice della piramide sociale di quello attuale. Qui forse c’è la spaccatura più radicale fra i due: l’Enigmista è uno dei tanti orfani che pativano il freddo e la fame nell’orfanotrofio della famiglia Wayne mentre Bruce è l’orfano ricco e privilegiato che non ha mai temuto per la propria vita (tolta la sera dell’omicidio dei suoi genitori) fino al momento in cui non ha deciso lui stesso di metterla in pericolo indossando maschera e mantello nero. La differenza forse quindi non sta nelle scelte che fanno per cambiare Gotham, l’uno è disposto ad uccidere mentre l’altro no; la differenza fra i due forse sta all’origine: nel motivo per cui uno sarà “riformista” e l’altro “rivoluzionario” e cioè nel fatto che uno è un orfano ricco mentre l’altro è un orfano povero.
Non voglio qui ridurre tutto al determinismo ed al materialismo ma se teniamo in considerazione la scena in cui assistiamo al confronto fra i due nel manicomio di Arkham sembra possibile affermare in maniera abbastanza sicura che le scelte messe in atto dall’Enigmista siano riconducibili all’infanzia traumatica che si è trovato a vivere. Sarà lui stesso a riconoscere in Bruce Wayne il suo vero nemico, è lui l’ultimo bersaglio dell’Enigmista; non Batman. Nell’uomo pipistrello lui vedeva infatti un alleato. Mi pare quindi possibile affermare pacificamente che, almeno nel caso dell’antagonista, le sue scelte siano fortemente condizionate dalle condizioni socioeconomiche in cui si è trovato sin da bambino.
Tornando al rapporto fra ordine costituito e individui pronti a metterlo in discussione mi sembra utile notare come nell’universo del pipistrello della DC Comics la linea di demarcazione fra criminale e pazzo sembra quasi scomparire offrendo una narrazione politicamente ben schierata in cui tutti quelli che osano mettere in discussione l’ordine costituito lo fanno perché sono pazzi oppure nel tentativo finiscono per diventare tali. Qui una lista parziale dei supercattivi finiti ad Arkham: Alberto Falcone, Doctor Destiny, Harley Quinn, Joker, Mr. Freeze, Pinguino, Poison Ivy, Ra's al Ghul, L’Enigmista, Lo Spaventapasseri, Due facce etc etc[6] Questo fenomeno non è un caso fortuito e difatti Arkham è un vero e proprio manicomio criminale.
For this new reason which reigns in the asylum, madness does not represent the absolute form of contradiction, but instead a minority status, an aspect of itself that does not have the right to autonomy, and can live only grafted onto the world of reason. Madness is childhood. Everything at the Retreat is organized so that the insane are transformed into minors. They are regarded “as children who have an overabundance of strength and make dangerous use of it”. They must be given immediate punishments and rewards; whatever is remote has no effect on them. A new system of education must be applied, a new direction given to their ideas; they must first be subjugated, then encouraged, then applied to work, and this work made agreeable by attractive means.[7]
Michel Focault qui parla di punizione e ricompensa nei confronti di persone che vivono in uno stato di “minorità” e per questo motivo vanno trattate come bambini: non vanno presi sul serio. Questo è proprio quello che facciamo noi per tutta la durata del film con l’Enigmista grazie alla rappresentazione ideologica che ne offre Matt Reeves: il cattivo è uno sfigato incapace di intessere relazioni umane sane e per questo cerca di vendicarsi sulla società. Questa descrizione, di cui mi sento di sottolinearne la durezza univoca, viene ripetuta a voce alta da Batman proprio mentre parla con l’Enigmista nel manicomio. Sia chiaro, il pipistrello ha tutte le ragioni del mondo per trattare in questo modo il cervellotico villain, ma mi pare comunque interessante ed utile sottolineare le categorizzazioni/caratterizzazioni su cui si muove il film perché ad ogni personaggio corrisponde un gruppo sociale e quello a cui appartiene l’Enigmista è sicuramente il gruppo sociale degli sconfitti: il nostro gruppo sociale. Questo ovviamente non vuol dire identificarsi con lui in ogni azione, parola o gesto perché sarebbe ridicolo e pericoloso ma mi pare altrettanto ridicolo identificarsi con un miliardario in costume incapace di qualsiasi tipo di comprensione e mimesi con gli ultimi sofferenti della società in cui vive.
Nel finale Matt Reeves ci tiene particolarmente a ribadire da che parte sta (come se non si fosse capito abbastanza) e offre un paio di scene veramente sublimi dal punto di vista ideologico. Batman, dopo aver sventato l’attacco finale dei terroristi seguaci dell’Enigmista, si getta nell’arena allagata a causa delle esplosioni al sistema idrico della città, per salvare le persone rimaste in trappola sotto i resti delle impalcature distrutte: la prospettiva dall’alto è magnifica in tutta la sua violenza. Il pipistrello ha appena liberato un gruppo di persone e con un fumogeno rosso in mano le guida in salvo verso l’uscita: un pastore ed il suo gregge. Le persone che lo seguono formano una sorta di struttura piramidale e lui ne è al vertice, con sé ha un fumogeno segnalatore, li porta fuori dall’oscurità ma con sé ha una luce sinistra, minacciosa: il rosso infatti da sempre segnala il pericolo e raramente la salvezza.
Avevo già parlato di gregge per commentare la scena di proteste fuori la chiesa ma qui la resa plastica dell’idea è davvero superlativa. Chissà se fosse nelle intenzioni di Reeves dare questa idea, d’altronde quelli lì siamo sempre noi, gente qualunque in cerca di un salvatore: il popolo è debole. Superata questa tragedia sfiorata nella notte, il giorno dopo a Gotham arriva la guardia nazionale perché mezza città è sott’acqua e a quanto pare i mille poliziotti che abbiamo visto per tutto il film non sono così utili come sembra. Da quel momento in poi il film sembra diventare una campagna pubblicitaria per l’arruolamento nelle forze dell’ordine: militari, poliziotti, pompieri etc etc C’è una scena veramente patetica in cui Batman consegna il corpo stremato di una bambina a due militari che le trasporteranno in qualche ospedale con un elicottero. Un’intesa sinistramente armoniosa lega il pipistrello in veste nera e i due in mimetica, non parlano fra loro ma condividono l’obiettivo della missione: rendere Gotham una città sicura.
La firma finale il regista la mette nell’inquadratura in cui la nuova sindaca della città, anche lei scampata all’attacco della sera prima, riunisce attorno a sé tutte le forze dell’ordine a lei vicine, poliziotti e vigili del fuoco, e manda un messaggio forte e chiaro alla televisione: Gotham ha resistito e tornerà più forte di prima. Nella scena (ovviamente) non c’è traccia del “popolo”, non c’è gente comune, non ci siamo noi; ma d’altronde il regista non poteva tradirsi sul finale. Ce l’ha ripetuto per tutto il film, la gente comune nel suo panorama filmico non esiste e, quando esiste, è gregge. Popolo manipolabile quando il pastore è l’Enigmista e popolo debole quando il pastore è Batman.
Dopo aver spezzato ogni tipo di possibilità rivoluzionaria per tre ore filate il film ci lancia anche una cupa minaccia che striscia silenziosamente prima dei titoli di coda. Il tentativo dell’Enigmista è fallito, l’ordine costituito è salvo, i terroristi sono stati uccisi o arrestati ma non aspettatevi di tornare alla normalità: l’esercito pattuglierà la città nelle prossime ore e la legge marziale è in vigore. La legge marziale?! Sì, esatto, la legge marziale: perché ogni rivoluzione fallita sarà l’esempio per i rivoluzionari del futuro. Questo è quello che succede se provate a cambiare le cose, il cappio si stringe, la legge diventa più severa e quel poco che prima avevate ora non vi sarà più garantito. Forse la luce rossa portata in mano da Batman era veramente un segnale d’allarme, forse di segnali ce ne sono stati altri, magari a decine nel film ma non li abbiamo visti: magari a centinaia nella nostra società ma li abbiamo ignorati.
[1] Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, 2010, pag.161
[2] Ivi Pag. 131
[3] Ibidem
[4]https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/storia_e_filosofia/Spazio/SGSS_contro_spazi_societa_martiriggiano#:~:text=Il%20manicomio%2C%20per%20Foucault%2C%20rappresenta,motivo%20per%20cui%20lo%20fa.
[5] Ernesto Che guevara, Dal secondo intervento alla nona sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU, 11 dicembre 1964, in Opere, vol. 2.
[6] https://en.wikipedia.org/wiki/Arkham_Asylum#Patients
[7] Michel Foucault, Madness and Civilization: A History of Insanity in the Age of Reason, Vintage Books, 1988, pag. 252



